Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Lʼaccordo forma-contenuto

Forma e contenuto

Questo è un guest post scritto da Alessio Montagner.

I manuali di scrittura più letti oggi, soprattutto quelli inglesi, spingono lo scrittore verso una forma di scrittura semplice, il cui compito delle parole diviene semplicemente quello di trasmettere le informazioni sensoriali utili a visualizzare la scena. Questo forse è dovuto al fatto che lo scrittore inesperto, non avendo ancora sufficiente dominio sulla forma da riuscire a risultare potente utilizzando solo lʼindispensabile, tende a sviluppare una forma barocca che, per quanto inizialmente possa sembrare più efficacie, non fa che peggiorare la situazione (e questo non perché la forma barocca sia un male in sé, ma solo perché è ancora più difficile riuscire a gestire così tanti elementi retorici).

Una volta acquisita sufficiente esperienza, però, lʼautore dovrebbe cercare di allontanarsi da questo “stile base”: non è più sufficiente che la forma si limiti a trasmettere le informazioni del contenuto, ma deve diventare informazione essa stessa; bisogna sviluppare una propria retorica in cui forma e contenuto siano un tuttʼuno, e tutte e due puntino verso la comunicazione di un dato effetto.

Per capire cosa intendo, vediamo come taluni grandi autori hanno realizzato questo accordo tra forma e contenuto.

Sintassi

“Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, viene quasi a un tratto a ristringersi e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e unʼampia riviera di riscontro; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile allʼocchio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e lʼAdda ricomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lasciano lʼacqua distendersi e allentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.”

(A. Manzoni, Promessi Sposi)

Lʼincipit dei Promessi Sposi può piacere o non piacere; ma al di là del fatto che probabilmente è troppo lento per il lettore moderno, non si può negare che sia scritto con uno stile ragionato.

Notiamo come la poderosa ipotassi del periodo si dipani in frasi sempre più spezzettate. Anche i concetti sono disposti in modo “tortuoso”: lago – monti – seni e golfi – fiume – promontorio – riviera – lago – seni e golfi. Cʼè un continuo alternarsi dellʼelemento terrestre e dellʼelemento acqueo.

Non ho detto “tortuoso” a caso: è un periodo tortuoso… così come è tortuoso il paesaggio che descrive! Manzoni non si limita a descrivere un paesaggio complesso, ma trasmette questa complessità tramite la forma del periodo che lo descrive.

Onomatopeia

“Odi? La Pioggia CaDe su la soliTaRia veRDuRa Con un CRePiTio Che DuRa e vaRia nellʼaRia seConDo le fRonDe più RaDe, men RaDe.”

(G. DʼAnnunzio, La Pioggia nel Pineto)

Nella mia trascrizione prosetica ho evidenziato la vibrante alveolare e molte occlusive: la grande concentrazione di queste lettere non è casuale, ma serve a trasmettere, tramite la vibrante alveolare, il frusciare del fogliame e, tramite le varie occlusive, il martellare della pioggia (non ho evidenziato la fricativa labiodentale, ma può trasmettere – per quanto non nominato – il rumore del vento).

È un metodo semplice ma molto efficace di accordare forma e contenuto: se il lettore riesce a notare il suono delle parole senza distrarsi, la trasmissione della scena sarà più potente. In questo modo, inoltre, la singola parola riesce a trasmettere, nel medesimo istante, sia il suo significato sia il suo suono, e tutto si fonde nella visualizzazione della scena.

Accordo “filosofico”

È più complesso e “astratto”, ma anche questo può essere considerato un accordo forma-contenuto.

Il poeta e filosofo Holderlin (da alcuni considerato, come lirico, superiore a Goethe, e, come filosofo, paragonabile ad Hegel; ma da noi conosciuto soprattutto per il romanzo epistolare Iperione) credeva che il linguaggio umano non avesse la capacità di trasmettere la vera essenza della natura, la quale poteva essere trasmessa solo da un linguaggio poetico che riuscisse a farsi “informare” dalla natura stessa. In questo modo la filosofia espressa giustifica la sua forma poetica e lʼampio uso della onomatopeia.

La filosofia di DʼAnnunzio (sicuramente superficiale, ma non abbastanza da giustificare lʼassoluta assenza di studi) viene espressa allʼinizio de le Vergini delle Rocce: il Vate spera in un nuovo Rinascimento e in un ritorno ai valori della grandezza classica, soprattutto latina. Il suo stile di scrittura fuori dal tempo, così ricco e arcaicizzante, allora, acquista senso: le parole desuete non sono lì solo per fare scena, ma per far vedere, nel mondo moderno, lo spirito classico che bisogna far risorgere.

Registro e narratore immerso

Dovrebbe essere naturale, per uno scrittore, accordare il registro linguistico a quello che narra: già Dante ha scelto di usare linguaggi diversi per Inferno, Purgatorio e Paradiso, passando da uno stile più basso e a tratti volgare a uno sublime e solenne.

Del narratore immerso ho già parlato nel mio articolo sul punto di vista: è chiaro che se si narra in immersione profonda, tutta la narrazione viene fusa con il flusso di pensieri del personaggio, e quindi si forma un accordo naturale tra forma e contenuto.

Extra: un poʼ di poesia

“ELENA: Quanto prodigi vedo, intendo. / Sono stupita, molto avrei da chiedere. / E anzitutto sapere perché mai le parole / di quellʼuomo hanno avuto / un timbro strano per me, / strano e caro. / Pare che un suono si adatti ad un altro / e, come una parola allʼorecchio sia giunta, / unʼaltra venga che quella accarezzi.

FAUST: Se già ti piace come i nostri parlano, / oh, come il canto di farà felice. / Perché fino in profondo appaga udito e mente. / Ma più sicuro è farne subito la prova: / il dialogo lo suscita, lo attira.

ELENA: E dimmi allora: come potrei anchʼio / parlare così bene?

FAUST: è facile, deve venire dal cuore. / Lo colmi il desiderio; e intorno a sé / andrà cercando…

ELENA: … chi goda con te.

FAUST: Quello che fu e sarà non più si mostra. / Solo il presente…

ELENA: … fa la gioia nostra.

FAUST: Tesoro e pegno essa è, premio sovrano. / E chi ce la conferma?

ELENA: La mia mano.”

(J. W. Goethe, Faust II)

Neanche lo scrittore di prosa si può esimere dal leggere poesia: in essa si trova sempre un perfetto accordo tra forma e contenuto. Bisogna fare attenzione al suono, al ritmo, ma soprattutto cercare di capire come queste caratteristiche formali si sommino al contenuto, e che tipo di trasmissione ne risulta.

Lʼesempio qui citato è particolarmente interessante, e in tedesco lo è ancora di più: prima Elena parla con una poesia di stile classico, greco, senza rime, mentre Faust usa una poesia da romanticismo tedesco, naturalmente in rima. Quando i due si avvicinano e si legano sentimentalmente, Elena inizia a parlare come Faust, e anche lei scopre la rima. Chiaramente non è un artificio tecnico fine a sé stesso, ma ha un grandissimo potere comunicativo.

Antitesi

1) Il lettore ha sufficiente attenzione per fruire il solo contenuto informativo delle parole: non riesce a badare anche al loro suono, o alla sintassi.

Questo dipende dalle abitudini di lettura: sicuramente ci sono lettori, come me, che leggono senza prestare attenzione al ritmo e al suono delle frasi; pure, però, conosco lettori che non riescono a leggere neppure un saggio senza badare alla regolarità ritmica delle frasi. Lʼimportante è mettere in chiaro che tipo di sforzo si sta richiedendo al lettore: sarà lui poi a decidere cosa fare.

Bisogna sottolineare, inoltre, che sfruttare altri canali comunicativi è sempre un qualcosa in più: il lettore può decidere di fruire lʼopera badando solo alla comunicazione del contenuto informativo, senza badare a suono e sintassi e altri canali; ma ciò non giustifica lʼassenza di attenzione per gli altri aspetti comunicativi.

In ultimo, non è insensato ipotizzare che il lettore, anche se pone scarsa attenzione, fruisca sempre, almeno a livello inconscio, tutte le caratteristiche comunicative della frase.

2) Qualsiasi combinazione di forma e contenuto può essere giustificata con uno scopo comunicativo.

È sicuramente possibile: noi ora diciamo che Manzoni ha usato una sintassi tortuosa con lo scopo di ricercare lʼaccordo con il contenuto; se avesse usato una forma hemingwaiana, stringata e lucida fino al parossismo, avremmo giustificato lʼopposizione al contenuto con la volontà dellʼautore di ricercare nel caos della realtà un ordine matematico portato dalla luce della ragione.

Ciò non toglie che lʼunica cosa importante è che lʼautore trasmetta ciò che vuole trasmettere con tutti i mezzi disponibili: che anche la scelta opposta possa essere giustificata non ha alcuna importanza, perché ciò che si trasmette è diverso.

Non dobbiamo dimenticare comunque che, per quanto tutto sia interpretabile, non tutte le interpretazioni sono giustificabili: ci vuole concordanza in tutta lʼopera. Anche se Manzoni avesse usato una forma stringata, non avremmo comunque mai potuto giustificarlo dicendo che lo fa per ricercare lʼordine tramite la ragione; lʼavesse fatto Voltaire, invece, sarebbe stata una interpretazione possibile.

Conclusione

E voi, accordate la forma al contenuto? Usate la sintassi e lʼonomatopeia per comunicare? Leggete poesia, e sfruttate le sue caratteristiche anche in prosa? Fate attenzione alla scelta del registro linguistico?

Il guest blogger

Sono uno studente, mi interesso alla letteratura da alcuni anni, e dall’anno scorso ho iniziato a buttare su carta, con scarsi risultati, qualche prosa. Il mio autore preferito è, nonostante tutto, D’Annunzio; il mio libro preferito, l’Eneide.

20 Commenti

  1. Serena
    24 marzo 2015 alle 08:02 Rispondi

    Bellissimo articolo. Ci ricorda l’esistenza di un livello dopo, un livello di uso della parola che va oltre la sopravvivenza, diciamo così. Parlo per me che non vivo di scrittura e ho problemi ad arrivare in fondo ad una storia che ambisce ad essere funzionante, e già si riterrebbe appagata dall’arrivare a quello. Quindi la mia risposta (purtroppo) è: no, non bado in modo consapevole all’accordo tra forma e contenuto. Poi magari qualche volta nei miei scritti accade da sè, ma è… fortuna. Istinto. Se succede. Comunque, visto che sto revisionando, cercherò di essere consapevole e presterò attenzione.

    • LiveALive
      24 marzo 2015 alle 10:17 Rispondi

      Grazie.
      Il mio problema invece è che quello che mi spinge a scrivere è più il riuscire a mettere ogni parola al suo posto che il narrare una storia: non nel senso che la forma sovrasta il contenuto, ma che il mio piacere deriva dal lavorìo sulla forma. Ma proprio per questo faccio fatica pure io ad arrivare in fondo a un testo.

      • Tenar
        24 marzo 2015 alle 11:57 Rispondi

        Forse sei più poeta che prosatore?

        • LiveALive
          24 marzo 2015 alle 12:19 Rispondi

          Assolutamente no: mai scritto poesia, letta poca senza troppo piacere, e mi manca anche il ben che minimo senso del ritmo e dell’eufonia. Parliamo di un tipo di controllo sulla forma molto diverso: non il controllo che può avere un poeta, ma un Joyce prosatore (non si sta parlando del mio livello, si sta parlando solo di estetica: non sto dicendo di essere Joyce XD)

  2. Tenar
    24 marzo 2015 alle 12:01 Rispondi

    Anch’io sono d’accordo, in realtà anche gli autori americani adattano la forma al contenuto. In effetti secondo me la “forma” è una risultante tra diverse scelte. Per chi scriviamo? (ragazzi, adulti di media cultura, pubblico di alta cultura…) Chi racconta la storia? Ambientazione? (U. Eco fa un esempio ne le Postille a Il nome della Rosa in cui dice che una scena di pesca su un fiume avrà probabilmente un ritmo lento, appunto “fluviale”…) Carattere dei personaggi? (difficile scrivere con ritmo lento e arioso dei pensieri di un nervoso impulsivo…) E così via.

    • LiveALive
      24 marzo 2015 alle 12:28 Rispondi

      Certo Don DeLillo accorda, così come Philip Roth, Thomas Pynchon, Paul Auster, Cormac McCarthy… Un grande autore non ha mai i paraocchi. Ciò nonostante non bisogna pensare che il mancato accordo sia un problema relegato ai bassi livelli: a tal proposito, pochi mesi fa Kim Stanley Robinson si è lamentato di come certi autori e scuole di scrittura abbiano una visione meccanica, e cerchino di ridurre la forma a un algoritmo.

  3. Marina
    24 marzo 2015 alle 12:41 Rispondi

    Finalmente do volto e nome al nickname che leggo sempre qui, su penna blu.
    Complimenti, l’articolo è completo ed interessante e mi porta a riflettere sul mio modo di scrivere. Un tempo, quello del Liceo, la prof.ssa di italiano mi diceva che quando scrivevo ero troppo forbita e lei preferiva una scrittura più semplice. Ho provato, dunque, a semplificare la mia scrittura (giusto perché gli insegnanti hanno sempre ragione) ma per quanto mi sforzassi avevo una cura quasi maniacale per la forma. Mi chiedo: ci si nasce con determinate inclinazioni? Ed è giusto forzare la natura, sol per soddisfare dei gusti personali? E quando provare a “correggersi”? cioè di fronte a quale autorevole voce diventa necessario mettersi in discussione?
    Per un po’ ho vissuto come un complesso la critica mossa dalla mia prof.ssa, finché un giorno, partecipando ad un concorso letterario, vinsi il primo premio con un racconto che poi fu pubblicato in un’antologia. La motivazione citava proprio il mio “stile forbito e maturo”. Non ti dico la soddisfazione!

    • LiveALive
      24 marzo 2015 alle 12:53 Rispondi

      Il mio nome lo trovi anche in altri articoli; ma per il volto era più difficile: avresti dovuto beccare quelle poche volte che ho messo Facebook come sito XD già, è quella la mia brutta faccia, e quello il mio nome.

      Una tendenza naturale c’è sicuramente, ma credo sia insignificante nei confronti dell’abnorme influenza portata da: letture, abitudini di lettura, pressione sociale, eccetera.
      Dopo un po’ però un proprio gusto si forma. Io non credo sia giusto andare contro tale gusto: è vero che si scrive per gli altri, ma è pure vero che nessuno farà per gli altri qualcosa che si rivela così frustrante, senza che ci sia neppure un obbligo. Scrivi pure come ti pare più bello: vuoi non trovare manco un lettore compatibile?

  4. Marianna Montenero
    24 marzo 2015 alle 15:23 Rispondi

    Bell’articolo! Complimenti! Concordo. Partendo dal presupposto che una stessa storia può essere raccontata in mille modi, comunicando così messaggi anche molto diversi, anche la forma stessa fa parte del messaggio. Citando Ionesco, la forma è contenuto. Mi viene abbastanza spontaneo l’accordo con l’interiorità dei personaggi, la filosofia del libro, usando a seconda del caso i diversi mezzi da te citati, sintassi esclusa. Quella la trovo utile più nella scrittura poetica, che in narrativa.

    • LiveALive
      24 marzo 2015 alle 15:52 Rispondi

      Paulo Coelho, qualche anno fa, ha parlato anche della possibilità di forma senza contenuto, citando a proposito l’Ulysses. In realtà dubito che possa esistere una forma che non veicola un contenuto; così come un contenuto ha necessità di una forma per manifestarsi. Quindi, se “il contenuto è forma” può sembrare strano, “la forma è contenuto” è così per forza, perché anche la forma veicola informazioni che si fondono al contenuto puro.

  5. Daniele Imperi
    24 marzo 2015 alle 16:09 Rispondi

    Io sono molto attento a suoni e ritmi delle frasi quando leggo. Alle volte, se mi colpiscono, le rileggo. Per me è importante per definire un proprio stile.
    Scelgo il registro linguistico in funzione di storia e personaggi. Non sfrutto però la poesia, ne leggo poca, per la narrativa.

    • LiveALive
      24 marzo 2015 alle 16:46 Rispondi

      Leopardi dice che poesia e prosa vanno separati chiaramente, perché ognuna ha le sue tecniche e prerogative. Oggi però la divisione non è più chiara: esiste una prosa lirica, così come esiste una poesia prosastica; e di recente – mi pare su Nazione Indiana – sono usciti articoli relativi all’elemento prosaico nella poesia e all’elemento poetico nella prosa. Ormai oggi è tuto fuso in un’unica arte, la retorica, il cui unico scopo è suscitare l’effetto voluto tramite le parole, sfruttando tutti i suoi mezzi.

      …tu però almeno poesia ne scrivi, io non son bon XD

  6. Giordana
    25 marzo 2015 alle 17:36 Rispondi

    La forma deve essere adatta al contenuto. Una buona forma ‘semplice’, da suola moderna, sul libro sbagliato, non potrà mai creare un buon libro. Al limite un libro leggibile, ma potenzialmente dimenticabile in pochi giorni.

    • LiveALive
      26 marzo 2015 alle 00:10 Rispondi

      Spesso la forma semplice è quella base da cui si parte proprio per essere leggibile. Ma poi, a ben leggere, neppure Hemingway è COSÌ semplice.

  7. Angelo Fabbri
    3 aprile 2015 alle 13:39 Rispondi

    Ho sempre dato per scontato che nella letteratura di valore lo scrittore abbia un livello di attenzione altissimo per la forma: non riesco ad immaginare un’opera che nasca “spontaneamente”, senza uno studio accurato e un pazientissimo lavoro di limatura. Non credo neanche che esistano stili veramente “semplici”, ma semmai scarni, diretti, crudi, secondo le necessità.
    Presto molta attenzione alla forma dei libri che leggo, forse perché ne leggo abbastanza, forse per abitudine mentale, e onestamente apprezzo anche l’adattamento della forma ad un determinato pubblico. Per esempio, recentemente stanno avendo grande successo i moderni romanzi rosa, quelli che come contenuto mischiano storie romantiche ad ambientazioni più o meno di genere “horror”: Questo tipo di storie sono scritte con un linguaggio volutamente semplice, per non affaticare un lettore distratto e probabilmente con un livello culturale non alto. Ebbene, nonostante il contenuto sia solitamente banale e la forma apparentemente per adolescenti, sono convinto che il tutto sia accuratamente studiato per raggiungere un obiettivo preciso e quindi scritto in totale controllo. E’ un buon lavoro, che vorrei essere in grado di fare io, anche se dal punto di vista della qualità sono libri di cui nessuno sente la mancanza (ma vendono, vendono…)

    • LiveALive
      4 aprile 2015 alle 14:40 Rispondi

      Attento a non avere un atteggiamento elitario: per strano che sembri, non si è ancora riusciti a dimostrare che il giudizio di un professore universitario sia più giusto di quello di un bidello a caso: esiste solo il rapporto tra le caratteristiche dell’opera e le caratteristiche del fruitore: il valore intrinseco non esiste, esiste solo la nostra intellettualizzazione.
      ***
      Gli stili semplici sono gli stili meccanici, quelli da applicare a tavolino e di cui il già citato KSR si lamenta tanto. Purtroppo molte cattive scuole di scrittura si limitano a questo: proporre un paradigma, e amen.
      Detto questo, ciò non toglie che stili scarni possano essere studiati. Lo stile di Hemingway è scarno ma non ingenuo. Quello dei libri per ragazzi, dipende: a volte c’è volontaria semplificazione, altre ingenua semplicisticazione. Allora chiamiamo semplice, per praticità, uno stile standard con poca retorica – ma non sciatto. Mi chiederei: è forse Carver semplice perché scrive per i non-colti? È Cheever semplice per non affaticare il pubblico? Ci sono molti motivi per scrivere semplice, non solo perché si crede che il pubblico sia un branco di caproni.
      ***
      Certo il grande autore pensa sempre alla forma. Che poi ponga sempre grandissima attenzione alla forma, non è detto. È risaputo per esempio che Tolstoj aveva uno stile formalmente poco curato (puoi trovare certi saggi brevi di Landolfi a proposito), ma comunque ha riscritto Guerra e Pace otto volte. Che ha fatto? Ha spostato paragrafi, tagliato frasi, modificato la trama… C’è un altro tipo di cura, ma Tolstoj, lavorando “a blocchi” (ben visibili se si confronta il testo di Guerra e Pace con quello di 1805), non faceva un controllo formale curato come si penserebbe.
      Bisogna dire però che molto varia dal modello di lettura. C’è chi crede che per il fruitore badare alla forma sia sbagliato perché la grande prosa, dicono, dovrebbe essere la “transparent prose” di Orwell, quella cioè che non si nota, ma si limita a trasmettere visualmente la scena e non fa pensare ad altro. E in effetti molti oggi leggono così, cercando la scena e basta, senza godere la forma. Un tempo era diverso, si cercava sempre anche la concinnitas, forse perché si leggeva ad alta voce. Fatto sta che negli ultimi anni ho visto gente pensare sempre meno alla forma. Ma in fondo, chi siamo noi per dire in che modo bisogna fruire l’opera, a che cosa bisogna badare?

  8. Cornetta Maria
    4 aprile 2015 alle 16:02 Rispondi

    Secondo me dipende anche dalla finalità che lo scrittore si propone. Nel mio caso, non avendo necessità di lucrare dai miei scritti,perseguo un obiettivo pedagogico. A giudicare dall’indice di gradimento, posso dirmi soddisfatta. Per mio figlio, invece, scrivere è terapeutico. La prima volta che lessi un suo racconto, gli domandai.- perché è così pessimista?:- Rispose :- racconto la storia della mia solitudine:- come per me, anche lui non ha la necessità economica di sfruttare il suo talento. Ad ogni modo, capisco che il nostro punto di vista possa essere limitato a poche persone, perché, in fondo, le case editrici non potrebbero pensarla come noi, è ovvio.

    • LiveALive
      5 aprile 2015 alle 15:06 Rispondi

      Giulio Mozzi in “(non) un corso di scrittura e narrazione” dice che il punto è che non bisogna scrivere per sé stessi. Quel che intende è che l’opera letteraria è comunicazione – e per forza: non esiste opera senza fruitore – e quindi l’autore non può scrivere pensando di comunicare con sé stesso. Ugualmente bisogna dire però che l’autore non può che scrivere mediante la sua interiorità, quindi certo non potrà mai scrivere con la mentalità altrui. Questo, ugualmente, non vuol dire che non si può scrivere per divertimento: non fosse “divertente” (in senso ampio) non scriveremmo.
      In somma, non è detto che da una scrittura terapeutica non esca un bel libro pubblicabile ((il racconto che considero il mio migliore l’ho scritto per terapia…), ma è più difficile che avendo in mente un piano più lucido.

  9. Cornetta Maria
    4 aprile 2015 alle 16:09 Rispondi

    Dimenticavo di aggiungere che sono anche poetessa, ma preferisco la sintesi tra prosa e poesia e i miei romanzi hanno una “musicalità” che non prevede cacofonie o “bisticci di parole” . Sono maniacale nella ricerca della forma perfetta e qualche volta intervengo su ciò che scrive mio figlio per allineare a questo criterio anche le sue opere.
    LE PAROLE
    Come farfalle senza vita
    sul foglio del poeta,
    come frivole vestali della mente
    umiliate e vinte
    da un’emozione muta.
    Sbiadirà la viltà che vi oscura
    nella nobile ascesa
    di un sussulto del cuore
    e la voce smarrita
    scolpirà nel silenzio
    solo poche parole:
    dove la ragion desiste,
    trionfa il cuore.
    TANTI AUGURIIIIIIIII!!!!!!!!!

    • LiveALive
      5 aprile 2015 alle 15:29 Rispondi

      I testi antichi, da questo punto di vista, certo erano più piacevoli da leggere.
      È curioso che ormai non si sappia più bene dove sia il confine tra prosa e poesia. Un tempo Leopardi diceva che prosa e poesia necessitavano di lingue diverse, e andavano tenute ben divise. Oggi c’è la prosa poetica e la poesia prosastica, e ci sono elementi di poesia nella prosa ed elementi di prosa nella poesia. Siamo arrivati fino a dire che l’unica cosa che distingue prosa e poesia è l’enjambement (non il verso, che è convenzione non obbligatoria, né il ritmo, che c’è anche in prosa). Pensiamo anche solo alla rima. I latino e greci non la avevano. Poi abbiamo iniziato ad usarla, e abbiamo continuato per secoli, ed essa costituiva la più evidente differenza tra prosa e poesia. Ora abbiamo di nuovo rinunciato alla rima…
      Ancora, ci sono esperimenti che sembrano annullare la differenza tra prosa e poesia. Per esempio Mozzi ha scritto poesie con versi lunghissimi che in realtà sono frasi concluse. D’Annunzio poi è sempre stato a metà via, e le prose notturne, in particolare, per l’autore stesso erano mezza via tra prosa e poesia, poiché tutto si risolveva nel frammento ritmico. Anche le prose dei grandi poeti, come Rimbaud o Mallarmé sono difficilmente inquadrabili: Baudelaire non a caso chiama i suoi “poemetti in prosa”, e dice che anche nella prosa deve sempre esserci della poesia.
      E buona Pasqua.

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