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I 3 aspetti di un libro

I 3 aspetti di un libro

Vi siete mai soffermati a riflettere su cosa sia realmente un libro? Scrivere un romanzo è davvero soltanto arte? In fondo, scriviamo per essere un giorno pubblicati. Acquistati dai lettori. Ecco, allora, che un libro, secondo me, viene ad assumere tre aspetti, imprescindibili uno dall’altro, se davvero quello di pubblicare è il nostro desiderio finale.

Un libro è arte per lo scrittore

La scrittura è arte. Lo scrittore è dunque un artista. Chi scrive è mosso da una forza interiore, da emozioni che si accavallano e prendono forma. È spinto da una sensibilità verso situazioni, immagini, sogni, personaggi che altri non vedono o, meglio, non recepiscono.

Si tratta di ombre di coscienza, di guizzi di personalità che nascono nella sua mente e devono prender vita sotto forma di parole. Di storie.

Lo scrittore affina la sua arte, la nutre, la insegue, la modella secondo canoni propri, la fa sua, amandola e odiandola al tempo stesso perché, come ogni arte, la scrittura di un libro è sofferenza interiore, è fatta di ripensamenti, sconforti, gioie anche, ma soprattutto è un lavoro di creazione che in un fiume di parole riesce a mostrare ciò che bruciava nella mente e nell’animo dello scrittore.

Il libro, dopo la parola fine, è l’arte dello scrittore resa tridimensionale. Mucchi di fogli manoscritti, sculture narrative rozze, sporche, ancora umide del liquido amniotico della parte più profonda dello scrittore.

Un libro è letteratura per il lettore

La lettura è passatempo, studio, informazione. Il lettore che acquista un libro sente la necessità di conoscere, di placare la sua fame di sapere, insegue anche lui qualcosa, le tracce del suo autore preferito, forse, la passione per l’avventura, per il fantastico, visioni dal futuro, anche se solo immaginato, fittizio, scie di sangue e fantasmi di gente che non è più.

Ogni lettore trova in un libro ciò che lo rende vivo, reale, una sorta di altro se stesso sotto forma di letteratura. Questa è la letteratura per chi legge: un continuo scoprire e riscoprire se stesso, ogni volta in guise differenti, in differenti universi.

Chi legge – i più, almeno – ha davanti un oggetto cartaceo, un insieme di pagine che nascondono una storia e mai si domanda come sia nata quella storia, perché sia lì, a lasciarsi narrare da uno sconosciuto.

La letteratura è un patrimonio culturale che cela la sofferenza degli scrittori che l’hanno resa possibile, fruibile ai lettori che leggono senza pensare al vero significato di ciò che quelle pagine, quelle storie, rappresentano.

Un libro è un prodotto per l’editore

Il libro è un prodotto commerciale. La casa editrice un’azienda che vive di libri, del lavoro degli scrittori. È un’impresa che investe denaro, tempo, risorse umane – persone! – nel trasformare un pezzo d’arte in un prodotto vendibile.

Il manoscritto è una forma d’arte sui generis. A differenza di un dipinto, che non subisce editing, arte quindi più pura, naturale, arte non artefatta, il libro pronto per la libreria è il frutto di una catena di montaggio, che vede coinvolte varie figure professionali, unite per il bene comune: il lettore, dunque il cliente, dunque la vendita, dunque la sopravvivenza nel mercato editoriale.

Prendete un libro e guardate cosa c’è scritto nella quarta di copertina o nella terza o talvolta nell’aletta interna. C’è un prezzo. Un volgare prezzo che azzera l’arte dello scrittore e la sacrifica sull’altare del commercio.

Per acquistare quell’arte, per acquistare letteratura, si paga un prezzo. Lo scrittore da artista diviene operaio, non salariato, ma ripagato in diritti d’autore, in percentuali di vendite. Depone la penna e impugna una calcolatrice. Non più parole scorrono davanti ai suoi occhi, ma numeri.

L’aspetto artistico del libro

Un libro è il frutto della mente dello scrittore, delle sue emozioni, è se stesso diluito nelle parole che compongono la storia. È il primo passo da compiere per creare un’arte vendibile, per creare letteratura.

L’aspetto letterario del libro

Un libro è il regalo che uno scrittore fa ai lettori, perché dona in fondo se stesso, la storia è lui, è il suo mondo, l’universo creato a sua immagine. È il prodotto finale che il lettore vede senza curarsi di come sia nato.

L’aspetto commerciale del libro

Un libro è la creazione di un prodotto commerciale, è un oggetto da mettere in vendita, da inserire in un catalogo, da spedire con un corriere, da sostituire se danneggiato. Si vende al cliente, si vende soprattutto una sola volta al cliente.

Pensare al libro come a una trinità

Scrivere un libro pensando solo al suo aspetto artistico è un errore che molti scrittori commettono. Se come obiettivo abbiamo quello di pubblicare, in via tradizionale o in self-publishing, allora dobbiamo scrivere pensando che il nostro libro, la nostra arte, sarà poi letteratura per chi legge, sarà un prodotto commerciale per l’azienda che lo produce.

Dobbiamo pensare in modo tridimensionale: arte, sì, perché proviene dal nostro io, da ciò che di più intimo abbiamo, ma anche letteratura e prodotto perché in gioco ci sono lettori, clienti, e case editrici, aziende.

14 Commenti

  1. Fabrizio Urdis
    19 settembre 2013 alle 08:12 Rispondi

    Quest’articolo tocca esattamente il punto nevralgico della letteratura in questo periodo, il suo aspetto commerciale.
    Penso che ciò che scrivi rispecchi la situazione attuale, ma c’è un grande punto interrogativo che va analizzato.
    Perchè si scrive?
    Questo modus operandi infatti, scrivere pensando ai lettori, porta a libri prefabbricati, piatti, che, quando si comincia a cercare della buona letteratura, non danno niente a chi legge.
    A volte diventano dei best seller, ma questo non ha nulla a che vedere con l’arte.
    L’arte innalza l’uomo verso l’alto, a volte mostrandogli cose che non ha alcuna intenzione di vedere.
    Mi ripeto, penso che tu abbia ragione, il mondo dei libri in questo momento funziona così, è un mondo in cui 50 sfumature di grigio è un best seller internazionale, in cui la poesia, forse la forma più elevata di quest’arte, è morta (nel libro “78 ragioni per cui il vostro libro non sarà mai pubblicato e 14 motivi per cui invece potrebbe anche esserlo” l’autore sconsiglia vivamente di inserire nella lettera di presentazione a una casa editrice non specializzata in materia che si è dei poeti)
    Ma allora perchè si scrive, per i soldi?
    La scrittura è una delle attività più mal pagate che esistano.
    Per la fama?
    Forse, ma… è l’arte, con tutta la sua forza espressiva, a perdurare nel tempo.

    Il successo economico non ha nulla a che vedere con la letteratura, capita a volte che un buon libro diventi un best seller come capita che andiamo a Parigi in vacanza e negli Champs-Élysées incontriamo il nostro vicino di casa.

    Quindi, secondo me, dipende tutto dalla risposta che l’autore dà alla domanda perché scrivo?

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2013 alle 08:25 Rispondi

      Pensare ai lettori, per me, significa pensare che ci sarà qualcuno che dovrà leggere la nosrta opera. Non intendo pensare ai gusti e alle mode, soprattutto, che portano solo a omologazione e bassa qualità.

      Si scrive perché si ha qualcosa da dire. Non scrivo per soldi, perché so in partenza che non ne farò. E della fama a me non è mai interessato nulla, riservato come sono :)

      • Fabrizio Urdis
        19 settembre 2013 alle 08:42 Rispondi

        Capisco che la fama non t’interessi ma non riuscirai a sfuggirle.
        Stai diventando una superstar del web, devi accettare la realtà. :-)

        PS: Giusto per essere chiari le mie domande non erano indirizzate a te, analizzavo semplicemente le deviazioni che portano un autore a scrivere in base a ciò che fa tendenza.

        • Daniele Imperi
          19 settembre 2013 alle 08:43 Rispondi

          Io una superstar del web? :|

          Sì, tranquillo, avevo capito che le domande erano generiche e non riferite a me ;)

  2. MikiMoz
    19 settembre 2013 alle 12:31 Rispondi

    Sì, la penso anche io così, per quanto qualcuno possa dire che ci si “vende”. L’ideale sarebbe comunque non mettere freni all’arte.
    In nessun caso.
    Poi, magari, se si è fortunati, e se si è qualcuno, penso che l’arte venga riconosciuta, e divenga letteratura e commercio. Qualsiasi cosa vi sia scritta.

    Moz-

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2013 alle 12:40 Rispondi

      Certo, nessun freno all’arte, non potrebbero essercene. Poi trasformarla in prodotto, ma non per questo snaturarla.

  3. Kentral
    19 settembre 2013 alle 12:32 Rispondi

    Hai centrato il punto.
    In fondo il libro non è nient’altro che una forma di intrattenimento.
    Un intrattenimento speciale. Sicuramente il più elevato perché può farti crescere. Il contenuto può essere di bassa, media o alta qualità senza scandali di sorta. Molti scrittori o pseudo tali li vedo arrabbiati a sputare veleno su 50 sfumature, Fabio Volo o Dan Brown. Si sentono incompresi mentre prodotti unicamente commerciali hanno il giusto successo.
    Mi fanno tenerezza. A me se uno di questi ha successo, scala le classifiche non mi tange minimamente. Avranno un loro pubblico che si intrattiene con loro. Pensare che siamo in un mondo sbagliato perché vengono letti questi libri e non opere di alta poesia significa non comprendere nulla dell’arte dello scrivere.

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2013 alle 12:41 Rispondi

      Io penso che per ogni libro c’è il suo pubblico. Siamo anche ciò che leggiamo, non solo ciò che scriviamo.

  4. Attilio Nania
    19 settembre 2013 alle 12:43 Rispondi

    Perfetta la separazione tra prodotto artistco per lo scrittore e prodotto letterario per il lettore. In effetti, quando siamo incuriositi da un libro e lo leggiamo, lo facciamo perche’ ci ricorda qualcosa di relativo alle nostre conoscenze, di relativo a noi. Il lettore gode della letteratura in quanto trova il riscontro di qualcun altro (lo scrittore) su un qualcosa piu’ o meno condiviso.
    Dunque il lettore, nel momento in cui legge, sta in qualche modo interagendo con lo scrittore, e questa e’ la letteratura: la comunicazione.
    Lo scrittore, invece, nel momento in cui scrive non sta interagendo con nessun altro al di fuori di se stesso, ed e’ proprio questa l’arte: l’estrinsecazione di se stesso.

    Invece, devo dirtelo, non mi piace quando dici che la pittura e’ un’arte piu’ pura della scrittura; soprattutto mi sembrano ridicole le motivazioni di tale affermazione.
    L’editing e’ solo una degenerazione dei nostri tempi, una pratica volgare che omogenizza l’arte, che appiattisce gli stili, che serve solo a presentare ai lettori dei prodotti che rispettino “un certo standard”. In realta’, gli editori sono soliti aggiungere una parolina magica a quel che ho appena detto: non parlano di “un certo standard”, bensi’ di “un certo stadard di qualita’”.
    ggiungendo la parola “qualita’” pesano di aver giustificato la loro opera di appiattimento culturale, ma in realata’, nella letteratura cosi’ come in tutta l’arte, la qualita’ non esiste. l’arte e’ soggettiva, al di la di quel che pensano i grandi soloni dell’editoria.
    E proprio per questo ritengo che fra un quadro e un romanzo non ci sia alcuna differenza, in termini sia di espressione artistica da parte della scrittore/pittore, sia di recezione culturale da parte del pubblico.

    Infine, una considerazione anche sulla terza categoria del post: il libro inteso come prodotto commerciale. Qualsiasi oggetto, nel momento in cui viene messo in vendita, diventa un prodotto commerciale. Persino le persone, se vendute in una tratta di schiavi, diventano prodotti commerciali. Questo non significa pero’ che non siano piu’ persone. Questo non significa che debbano esere sminuite, che debbano essere cambiate nella loro natura in modo da rispettare “certi standard”, o “certi standard di qualita’”, che dir si voglia. Non mi risulta che Miss marple sia stata sottoposta a editing, ne a nessun’altra operazione che ne modificasse le’ssenza originale per fini commerciali. Non mi risulta che La fattoria degli animali sia stata sottoposta a una revisione per renderla piu’ digeribile al pubblico. Si’, e’ vero, avevano proposto una cosa del genere a Orwell, ma lui rifiuto’ di pubblicare l’opera anche solo con una virgola diversa dalla versione iniziale, col risultato che il libro non venne pubblicato er diversi anni. non mi risulta che Tolkien, Lewis, Poe, e tutti gli scrittori fino a un secolo fa avessero editor o, ancor peggio, ghost writer.

    Non confondiamo l’aspetto commerciale dell’arte, che c’e’ sempre stato sin da quando i sumeri vendevano i loro vasi di terracotta decorati, con le degenerazioni moderne.

    • Attilio Nania
      19 settembre 2013 alle 12:47 Rispondi

      Scusa gli apostrofi al posto degli accenti e le maiuscole mancate, sono con la solita tastiera senza SHIFT e senza accentate.

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2013 alle 12:52 Rispondi

      In parte concordo. Un buon editing, comunque, si risolve con una serie di consigli, non con una serie di modifiche da parte dell’editor o, peggio, con una vera e propria riscrittura dei brani.

      E, sempre parlando di un buon editing, l’ultima parola spetta allo scrittore. Questo è quanto ho sentito dire da editor professionisti.

      Il fatto che diventi un prodotto commerciale, ovvio che non significa che il libro sia sminuito.

      • Attilio Nania
        19 settembre 2013 alle 13:07 Rispondi

        Conosco alcune persone che hanno pagato degli editor…
        Hai presente gli spot pubblicitari sui prodotti che servono per far perdere peso? Quelli che ti fanno vedere il “prima”, ovvero la foto di un ciccione, e il “dopo”, ovvero il ciccione diventato magro?
        Ecco, se ti facessi vedere il prima e il dopo di questi romanzi sottoposti a editing, l’effetto sarebbe lo stesso.
        La mia non vuole essere una critica incondizionata all’editing, pero’ quel che mi chiedo e’ questo: se tu vuoi fare il modello, e’ ovvio che se sei grasso non puoi vendere te stesso, quindi e’ meglio se diventi magro. Ma nell’arte, metaforicamente parlando, siamo davvero sicuri che sia necessario diventare magri a tutti i costi? Ovvero, se tutte le opere pubblicate sono magre, non c’e’ il rischio di un appiattimento? (E non della pancia, in questo caso)

  5. Tenar
    19 settembre 2013 alle 16:57 Rispondi

    Si scrivono libri perché si hanno storie da raccontare.
    Storie che devono/vogliono/sperano di incontrare “utenti” che desiderano leggere quella storia.
    Anche i quadri hanno “utenti” che li ammirano e le canzoni/sinfonie/opere liriche hanno “utenti” che le/li ascoltano.
    Se si decide che il mezzo di unione tra scrittore e lettore sia il libro edito, allora al gioco partecipa anche l’editore. Nel momento in cui un racconto esce dal computer per andare a una casa editrice non è più solo mio. Sulla copertina ci sarà il mio nome, ma anche quello dell’editore. Il libro non è mio, è nostro. Dobbiamo trovare un accordo per lavorare insieme che, spesso, è un compromesso. Si decide il titolo, la copertina, la promozione e sì, si fa editing.
    Che non significa che qualcuno ti stravolge il libro, ma che lo legge con attenzione e discute con te quelli che ritiene i punti deboli.
    Ho pubblicato un libro in cui l’editor si è limitato a togliere delle frasi ridondanti in cui ripetevo informazioni già date. A mio avviso il testo ne ha beneficiato, quelle frase erano frutto della mia insicurezza, e senza va molto meglio.
    Adesso sono in fase di editing con un altro romanzo. Forse la casa editrice fallirà prima di pubblicarmelo, ma per ora c’è un editore super appassionato della materia con cui sto discutendo in modo costruttivo. Secondo lui un passaggio non era adatto perché non metteva in luce il carattere del protagonista. Vero. Adesso lo sto riscrivendo. La seconda versione è migliore e se l’editore non me l’avesse fatto notare non l’avrei mai scritta.
    Quindi non sono d’accordo con chi vede l’editing come una degenerazione dei nostri tempi. C’è anche da dire che scrivo storie di intrattenimento e non certo capolavori che finiranno nei libri di letteratura.
    PS: l’editing non si paga MAI, lo si fa con la casa editrice. E anche per la casa editrice non va MAI pagata. Anzi, se si riesce, bisogna farsi pagare l’anticipo.

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2013 alle 17:07 Rispondi

      Concordo sul lavoro da fare assieme e anche sull’editing: si tratta di consigli sulla comunicazione. Proprio come gli esempi che hai riportato.

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