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12 consigli di scrittura creativa

12 consigli di scrittura creativa
È possibile scrivere meglio? Piccoli accorgimenti che fanno la differenza

Domenica scorsa è stata la volta di 12 consigli su storie da scrivere. Oggi replico col numero 12 – ma è davvero un caso! – e propongo consigli per migliorare la propria scrittura.

Gli errori che ho commesso scrivendo sono quelli di cui parlo ai punti 1, 2, 4, 6, 9, 10 e 11. Anche oggi ho voluto suddividere in 3 gruppi i miei elenchi, secondo aree tematiche.

Storia

I seguenti cinque consigli riguardano diversi aspetti della storia e incidono sullo stile di scrittura dell’autore.

  1. Incipit con descrizioni e tempo atmosferico: l’inizio alla colossal, l’inizio abusato. Un modo per far entrare il lettore nel nostro mondo. Una sorta di introduzione. Preferisco sinceramente un incipit in media res, catapultare il lettore direttamente nel mio universo. Non deve essere istruito, avvisato di ciò che sta per leggere. Specialmente nel Fantastico iniziare un romanzo descrivendo l’ambiente è un cliché.
  2. Eliminare il superfluo: qualcuno lo chiama stile. Sto leggendo 1Q84 di Murakami Haruki e, se in un primo tempo ero soddisfatto della sua scrittura così meticolosa, ora mi sta stancando. Credo che un buon 50% di ciò che ha scritto sia totalmente inutile alla storia. È superfluo. È una scrittura ripetitiva la sua. Quando scrivo tendo a rileggere spesso i miei brani e già in fase di prima stesura effettuo tagli, magari un avverbio, una preposizione, un aggettivo di troppo.
  3. Attenzione a quando andare a capo: questo è un problema che hanno molti e che ho riscontrato anche in Murakami. Magari la traduzione non ha rispettato l’originale, questo non posso certo saperlo. Però spesso si parla in una riga di un personaggio e poi si va a capo con il suo dialogo. Perché? A me viene sempre da pensare che sia qualcun altro a parlare.
  4. Non descrivere i personaggi: ancora un esempio di Murakami che non lascia tregua al lettore. Descrive ogni atomo dei suoi personaggi, creando una sorta di identi-kit. Io tendo a non descrivere i miei, se non quando strettamente necessario. Mi sembra un allungare il brodo.

Dialoghi

Il parlato va curato nelle storie. Avete mai fatto caso a quei film, specialmente nostrani, in cui gli attori recitano coi piedi? Non riesco proprio a guardarli. Andrebbero doppiati. Ecco, facciamo in modo che i nostri dialoghi non abbiano bisogno di doppiatori.

  1. Il “disse” nei dialoghi: in alcuni blog americani ho letto delle crociate contro il monotono “disse” e davano un elenco lungo di alternative, di sinonimi. Di certo io odio il “fece”, che non significa proprio nulla. Alterno il “disse”, quando veramente necessario, con “ripeté”, “chiese”, “domandò”, “rispose”, “urlò” e altri. Ma non trovo nulla di male a scrivere “disse”.
  2. Rafforzare il disse: leggiamo frasi come “disse all’improvviso”, con l’intento di dare più forza a quel dialogo. Beh, non è possibile fare altrimenti. Puoi avvertire qualcuno che stai per dire qualcosa? No. Dunque ogni cosa è detta all’improvviso. O urlata ad alta voce.
  3. Non usare troppo spesso il “disse”: talvolta è chiaro. Se ho fatto capire quali personaggi stanno parlando, è inutile a ogni loro battuta specificare “disse Tizio”, “disse Caio”.
  4. Dialoghi realistici: qualcuno dice di leggerli a voce alta e forse funziona. Io non l’ho mai fatto, però li rileggo spesso e correggo. Me li ripeto ad alta voce mentalmente e scopro se c’è qualcosa di forzato, di non colloquiale, di recitato.
  5. Non abusare dei dialoghi: alle volte tendo a usarli per far passare alcune informazioni al lettore. Un dialogo non è un corriere che trasporta dati, ma va inserito solo se serve. E serve, ovviamente, anche se non sempre. Ho scritto racconti brevi senza parlato.

Linguaggio

Dalla lingua dei personaggi a quella del narratore-scrittore. 3 consigli per migliorare la nostra comunicazione in narrativa.

  1. Frasi fatte e modi di dire nel narrato: no. Non ne vorrei leggere più. Quando vi viene spontaneo inserire una frase conosciuta, pensate che state solo copiando qualcosa scritto da altri decenni di anni fa. E non potete avere la scusante della fine del copyright. Inventate nuovi modi di dire. Scrivete frasi vostre.
  2. Attenzione alle rime: la nostra lingua è poetica e facilmente provoca rime. Facciamo un esempio? “Li incontro da queste parti di quando in quando e gli chiedo sempre dove stanno andando”. Sembra una filastrocca. La trappola della rima è a ogni passo, ci prende sempre di sprovvista. Ma non è bello leggerla in narrativa, lasciamola alla poesia.
  3. Curare la musicalità delle parole: le frasi devono scorrere, è vero, ma devono anche produrre musica. Il loro suono deve giungere al lettore come un’armonia che gli dà benessere. Una narrativa melodica che può esser raggiunta studiando ogni frase scritta e provando nuove soluzioni.

Scrivere meglio è possibile

Secondo me sì. E secondo voi? Quanti degli errori che ho elencato – errori per me, magari per qualcuno vanno bene – avete commesso quando scrivete? E che altro potete aggiungere?

28 Commenti

  1. Roberto
    19 gennaio 2014 alle 09:37 Rispondi

    Grazie Daniele,
    come sempre articoli fluidi e utili. Il tuo sito sta diventando il mio vademecum per la scrittura creativa :)

  2. Salvatore
    19 gennaio 2014 alle 11:54 Rispondi

    Alla fine mi trovo d’accordo con Mattia Signorini quando, in un suo exploit in un forum letterario, rispondendo ad una mia domanda ha affermato che se scrivi da Dio puoi fottertene delle regole. Ok, non erano questi i termini esatti, ma il senso si.

    Tuttavia le 12 regole che enunci hanno una validità assoluta. Ti spiace se ne rivediamo qualcuna assieme?

    1. Concordo, ma non si può sempre iniziare in media res, non trovi? Dipende dalla storia, dallo stile dell’autore. Credo che faccia molta differenza la consapevolezza con cui si fanno le cose. Se inizi l’incipit con il tempo atmosferico sapendo che in linea di massima non solo è un cliché, ma anche un errore da dilettante, e lo fai comunque intenzionalmente è piuttosto probabile che ci sia un motivo valido e quindi funzioni;

    2. Su Murakami abbiamo la stessa opinione. Giusto ieri sera mi sono imbattuto in un classico quanto perfetto esempio di “infodump” e mi sei venuto in mente tu; :)

    3. Spesso è intenzionale andare a capo nei dialoghi anche se stavi descrivendo una scena in cui è protagonista lo stesso personaggio che poi parla. Io lo faccio quasi sempre, è davvero un errore? Se il dialogo è scritto bene e il contesto è chiaro è difficile sbagliare il soggetto del parlante;

    4. Concordo. Meglio lasciare libera l’immaginazione del lettore;

    5. Guarda, io odio scrivere “disse”, ma amo leggerlo. Non sono ancora riuscito a capirne il motivo. Quando scrivo i dialoghi quel “disse”, “rispose”, “chiamò”, ecc, così ripetuti mi disturbano, ma se leggo un dialogo scritto da un altro e non li trovo ne sento la mancanza;

    6. Concordo;

    7. Concordo, ma in un forum letterario sono stato bacchettato per la mancanza del “disse” quando, secondo me, il dialogo aveva preso un suo ritmo ed era chiaro chi parlava e chi rispondeva. Credo che il “disse” dia in un certo senso il ritmo ad un dialogo, una sorta di cadenza a suon di tamburo, e alcuni lettori quando non lo trovano si offendono;

    8. Sinceramente non ho mai avuto problemi con i dialoghi, i problemi nascono quando li forzi. Bisogna lasciarli andare, si scrivono da soli;

    9. Ne abuso, ma non per far passare informazioni che non saprei altrimenti come inserire, semplicemente ne sono drogato. Tu hai scritto racconti brevi senza parlato, io sono riuscito a scrive un racconto di 25 cartelle fatto quasi esclusivamente di dialoghi. Non so chi sia messo peggio… :P

    10. Ammetto che una volta l’ho fatto, coscientemente. Spargo sale sul mio capo…

    11. Cazzo sì! Scusa il francesismo. A volte sono costretto a cambiare una descrizione che funziona solo perché mi accorgo rileggendo che le frasi foneticamente hanno un’assonanza rimata… Maledetta lingua; -_-

    12. Concordo. Quando scoprirò il segreto della “sinfonia narrativa” diventerò uno scrittore di Best Seller! :)

    Bel post! Scusa la lunghezza della risposta…

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2014 alle 12:47 Rispondi

      1- Certo, non sempre puoi iniziare in media res.
      3- Dovrei vedere degli esempi. E devo ricordarmi quando ne trovo nei libri, così li riunisco in un post. magari.
      5- Eh, questo è strano, devo dire :) Magari mi leggo qualche tuo dialogo e vedo se mi suona bene.
      7- Mah, non ti so dire. Se sono in 2 a parlare, secondo me dopo le prime battute diventa ridondante.
      9- Considera di scrivere un dramma, allora :) Io ci sto pensando.

      • Salvatore
        19 gennaio 2014 alle 15:15 Rispondi

        5. Grazie! :)

        9. Già fatto, anni fa, fu anche rappresentato da una compagnia di dilettanti; ma il dramma mi annoia, preferisco la narrativa.

  3. Luciano Dal Pont
    19 gennaio 2014 alle 11:58 Rispondi

    Ciao Daniele, leggendo il tuo post mi sono reso conto che all’inizio in effetti tendevo a commettere praticamente tutti gli errori che hai elencato, tranne uno che poi ti dico. In seguito, continuando a scrivere, a correggere, a leggere, ho affinato e soprattutto pulito molto il mio stile e credo di aver superato quella fase iniziale. L’unico errore (perchè tale lo considero) che non ho mai commesso è quello dell’incipit stile colossal. I miei incipit sono sempre stati e sempre saranno in media res, e anche come lettore faccio molta fatica a proseguire nelle lettura di un romanzo se questo inizia con una lunga introduzione descrittiva di luoghi e personaggi, trovo molto più coinvolgente essere proiettato direttamente nel bel mezzo della storia e anche per questo mi regolo di conseguenza quando inizio a scrivere a mia volta.

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2014 alle 12:49 Rispondi

      Hai trovato un tuo modo di inziare le storie. Forse in media res è sempre la soluzione migliore, non so. Devo rileggermi tutti i miei incipit e vedere quando ho usato quella soluzione e quando no.

  4. Enzo
    19 gennaio 2014 alle 13:15 Rispondi

    Ciao Daniele,
    condivido il tuo punto di vista relativamente a certe considerazioni. Ma, come era prevedibile, siamo nel mondo artistico della scrittura, cioè ingegno personale, e qui certi errori per alcuni ci stanno bene: suonano. Prendiamo l’espressione idiomatica dialettale, se a recitarla è una popolana con la sua comare, può passare, no? E’ chiaro che tu volevi dire questo.
    Insomma, credo che certe regole non sono applicabili così tout court, come si leggono, tutto va adeguato, no?
    Buona domenica

    ————————–
    PS_ Tempo fa ti scrissi una mail, mi sa che non ti è arrivata. Forse perché in quell’occasione compilai un form; sarebbe andata meglio se avessi avuto l’indirizzo mail. (Non era richiesta di revisioni/consigli da un dilettante)

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2014 alle 13:29 Rispondi

      Sì, certamente: nel caso dei dialoghi ci sta che ci si serva di espressioni conosciute.

      Quando hai inviato l’email? Non l’ho ricevuta. Ti scrivo in privato.

  5. MikiMoz
    19 gennaio 2014 alle 13:50 Rispondi

    Sono d’accordo sul disse, non c’è nulla di male, ma abusarne è brutto – disse Moz con tono perentorio :p

    Quanto ai punti precedenti, dipende sempre da cosa vuoi scrivere: penso che lo stile non dipenda solo dal fatto di descrivere o meno i personaggi, o iniziare una storia con “il vento accarezza le fronde degli alberi/ piove a dirotto/ il sole splende sulla città”, ma sia tuttaltro.
    Queste sono, per me, semplici opzioni da usarsi o meno in un racconto, a seconda del fatto se servano o no per quella precisa storia :)

    Moz-

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2014 alle 14:42 Rispondi

      Lo stile non dipende solo da quello, ovvio. Però i punti che ho espresso secondo me ne fanno parte in modo negativo.

      Se una cosa non serve alla storia, perché inserirla?

      • MikiMoz
        19 gennaio 2014 alle 20:41 Rispondi

        Perché magari quel tipo di storia ha bisogno di cose che non occorrono… è questo che intendo ;)

        Moz-

        • Daniele Imperi
          19 gennaio 2014 alle 20:49 Rispondi

          Non capisco bene quello che vuoi dire, ma avvisami quando scrivi una storia fatta di cose che non occorrono :D

          • MikiMoz
            19 gennaio 2014 alle 21:16

            Ahaha, nel senso che a te possono sembrare cose ridondanti, ma magari l’autore voleva proprio dire *quelle* cose in *quel* modo, un po’ come la storia del bacio e del labbro ferito-Guinness-Peroni :)

            Moz-

  6. Anna
    19 gennaio 2014 alle 14:12 Rispondi

    Devo dire che quando mi trovo a leggere dialoghi privi di qualsiasi indicazione su chi “disse” cosa, a volte mi perdo e sono costretta a tornare all’inizio, per accertarmi di non aver perso il filo. E spesso scopro che la confusione è dovuta a un “a capo”, inserito apparentemente senza motivo. Non arrivo a offendermi in questi casi, ma mi sono sempre chiesta quale fosse lo scopo: mantenere lo stile di botta e risposta breve? Indicare che un certo personaggio ha fatto una breve pausa prima di aggiungere un’altra considerazione a quella appena espressa? In tal caso, non esiste un metodo più efficace per indicare questa pausa?
    Queste sono le domande che mi faccio ogni volta…

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2014 alle 14:45 Rispondi

      Ciao Anna, benvenuta nel blog.

      Sull’andare a capo nei dialoghi vorrei tornarci appena ho materiale da mostrare.

  7. Fabrizio Urdis
    19 gennaio 2014 alle 16:38 Rispondi

    Ciao Daniele e grazie per gli ottimi consigli.
    Sono d’accordo con chi dice che “imparata l’arte” le regole possono essere infrante ma mi sento di puntualizzare che l’arte prima va imparata, ed essere degli ottimi scrittori non è certo semplice.
    Non mi capita di rado di leggere commenti di scrittori emergenti, anche pubblicati da case editrici conosciute, che quando gli si fa notare che ad esempio, che so, esiste il libro molto utile chiamato “dizionario dei sinonimi e dei contrari” e che possono servirsene loro rispondono che sì, hanno ripetuto una cinquantina di volte “lui” in ogni pagina del libro ma che, ovviamente, l’hanno fatto apposta.
    ( Io ad esempio se non faccio attenzione metto un “che” ogni tre parole ma non c’è bisogno di dire che anch’io lo faccio di proposito:) )

    Nella mia testa andare a capo non significa necessariamente un cambio di personaggio ma più che altro uno stacco.
    Per esempio all’interno della narrazione di una storia mi dilungo su una riflessione, poi vado a capo e ricomincio a raccontare gli avvenimenti.
    Questa però è una mia opinione personale, quindi darò un’occhiata a cosa dice l’accademia della crusca :)

    • Fabrizio Urdis
      19 gennaio 2014 alle 17:06 Rispondi

      Mi rispondo da solo visto che facendo una ricerca su internet ho trovato un ottimo articolo, molto chiaro e ben scritto.
      So che non ti fa piacere che vengano messi link nei commenti ma credo che questa volta sarai disposto a chiudere un occhio visto che il primo risultato che dava google era http://pennablu.it/dialoghi/ :)
      Ho capito cosa volevi dire e leggere gli esempi mi ha aiutato a capire meglio dove sbaglio.

      Grazie ancora!

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2014 alle 17:13 Rispondi

      Se vai a capo dopo una riflessione del personaggio, allora va bene. Ma nei dialoghi io fatico a capire chi è che parla in certi casi.

      E anche a me è capitato che alcuni scrittori dicessero “l’ho fatto apposta”…

  8. Laura Tentolini
    19 gennaio 2014 alle 17:22 Rispondi

    Trovo due errori ricorrenti, che commetto anch’io.
    Il primo è essere troppo autobiografici nella scelta del tema. Problemi con il coniuge o con il datore di lavoro, rabbia repressa, storie da adolescenti, rivincita di una persona incompresa e così via.
    Certo, chi scrive mette del suo nelle pagine, e non può evitare di ricorrere ad esperienze e sentimenti personali, ma a volte il tema è forzato.
    Quando dici Daniele che i tuoi personaggi sono introversi è comprensibile, ma se fossero sempre tutti così, cosa daresti ai tuoi lettori?

    Secondo errore: molti racconti non portano a nulla.
    Una storia deve dare qualcosa al lettore, emozioni, un punto su cui riflettere, speranza, paura, un sorriso, uno sguardo nuovo sulla realtà; certe trame invece ti lasciano con la sensazione di aver soltanto perso tempo leggendole.

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2014 alle 18:55 Rispondi

      Ah, con me non c’è proprio quel problema dei temi personali: non sopporto leggere storie del genere, quindi non ne scriverò :)

      Secondo errore: forse in questo ci cado sempre, io.

  9. Tenar
    20 gennaio 2014 alle 17:44 Rispondi

    Non sono completamente d’accordo con quanto scrivi sul dialogo. Un dialogo che funziona non è naturalistico, è credibile, fa avanzare la storia e pertanto è sempre piuttosto lontano dalla trascrizione di uno vero. Per il resto a me il dialogo piace il più secco possibile, pochi “disse” e pochi fronzoli intorno al “disse” di turno. E poi, ogni regola in scrittura è “frangibile”, l’importante è farlo sempre con cognizione di causa

    • Daniele Imperi
      20 gennaio 2014 alle 18:42 Rispondi

      Non intendevo che deve essere identico a come parliamo, ma che deve sembrare naturale. Costruito per dare forza alla storia e essere funzionale, sì, ma deve suonare naturale.

  10. Kinsy
    26 gennaio 2014 alle 14:06 Rispondi

    I dialoghi sono essenziali, ma odio chi ne abusa, come invece capita spesso nei nuovi autori, e così li inserisco il meno possibile. Invece ho amato molto le descrizioni, soprattutto degli ambienti, ma sono davvero pesanti quando ci provo io, così preferisco descrivere gli eventi inserendo l’essenziale per la storia. Alcuni mi hanno accusata di essere troppo stringente e di lasciare troppo spazio all’immaginazione del lettore. Ma è forse un difetto?
    Come al solito è la giusta misura a rendere equilibrato il tutto, ma non è sempre semplice applicare questo concetto nel concreto.

    • Daniele Imperi
      27 gennaio 2014 alle 07:38 Rispondi

      Non è un difetto, dipende da quanta libertà lasci al lettore. Io penso che in qualche modo devi far capire l’ambiente al lettore, anche con pochi tratti.

      • Kinsy
        27 gennaio 2014 alle 18:12 Rispondi

        E’ proprio quello che intendevo dire.

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