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10 miti della scrittura

10 miti della scrittura

Tempo fa avevo scritto dei miti della scrittura, elencandone sette. Oggi ne propongo invece dieci, due dei quali in comune con il vecchio post, ma in una forma più approfondita e in più con esempi e risorse interne.

#1 – Uso degli aggettivi

C’è chi sconsiglia l’uso di molti aggettivi. L’effetto che si ricava dal loro abuso è ridondante. Ma gli aggettivi servono, qualificano, dimostrano, descrivono. Spesso ne uso troppi e allora rileggo e correggo e ne elimino qualcuno, anche perché talvolta si tratta di sinonimi, dal suono differente ma dallo stesso significato.

Vorrei fare degli esempi pratici, presi da due scrittori che amo e che hanno opinioni differenti sull’uso degli aggettivi (i grassetti sono miei).

Gli aggettivi in Jack London

Gli Yeehat danzavano attorno alle rovine della capanna di abeti quando udirono un terribile ruggito e si sentirono assaliti da un animale che non avevano mai visto. Era Buck, uragano vivente di furore, che si scagliava contro di loro, pazzo di distruzione e di strage. Balzò addosso al primo (era il capo degli Yeehat), aprendogli la gola finché dall’arteria giugulare cominciò a zampillare una fontana di sangue. Il richiamo della foresta.

Quattro aggettivi in 67 parole. Da qualche parte avevo letto che London aveva dichiarato una sorta di guerra agli aggettivi e in effetti nella sua scrittura ne ho sempre trovati pochi.

Gli aggettivi in Cormac McCarthy

Un mondo al di là di ogni immaginazione, malevolo e tattile e dissociato, lampadine bruciate come opalescenti polipi cimati color teschio ballonzolanti sul pelo dell’acqua e occhi spettrali di combustibile e qua e là forme maleodoranti di feti umani incagliati e gonfi come uccellini, con gli occhi tondi, e bluastri o color muffa. Suttree.

In questo brano ci sono 14 aggettivi in 53 parole: un aggettivo ogni 4 parole, in media. McCarthy ne fa un largo uso, ma tutto scorre ugualmente, come una poesia cruda che non vuole dilettare ma proiettare il lettore in una viva realtà.

#2 – Uso degli avverbi

In molti articoli e manuali sulla scrittura gli avverbi sono visti con occhio molto critico. Non mi sento di dar loro torto a priori, io stesso tendo a centellinarli, specialmente se producono involontarie rime nella narrazione.

C’è chi odia l’avverbio “improvvisamente”, ma se esiste andrà pur usato. Il suo abuso è segno di scarsa esperienza nella scrittura, è vero, ma se un personaggio cade improvvisamente dalle scale, nessuno può farci nulla.

#3 – Descrizioni

Avevo scritto un post in cui difendevo le descrizioni nel Fantasy, perché le ritenevo necessarie per offrire al lettore una sorta di chiave d’ingresso al mondo creato dallo scrittore. Sono in molti a non apprezzare le descrizioni, preferendo magari più un’attenzione all’introspezione dei personaggi.

Ma una descrizione, se usata con maestria e abilità, è un valore aggiunto alla storia. Se lo scrittore ha un’accentuata vena poetica, allora potrà rendere le sue descrizioni piccoli poemi in prosa che non hanno solo una mera funzione tecnica, perché mostrano al lettore la scenografia in cui avviene la storia, ma abbelliscono il racconto.

Di nuovo a confronto London e McCarthy.

Le descrizioni in Jack London

Era una magnifica primavera, ma né gli uomini né i cani erano in grado di rendersene conto. Ogni giorno il sole sorgeva prima e calava più tardi. Alle tre del mattino albeggiava e il crepuscolo indugiava fino alle nove di sera. Il sole splendeva per tutto il giorno. Al silenzio spettrale dell’inverno succedeva il grande mormorio della vita in risveglio. Questo mormorio saliva da tutta la terra, ribollente della gioia di essere viva, dalle creature tornate a vivere e a muoversi dopo i lunghi mesi invernali dell’inerzia e della morte. La linfa ascendeva dai pini. Liane e cespugli rimettevano foglie verdi. Durante le notti cantavano i grilli, e nel corso del giorno uscivano al sole creature di ogni genere, camminando o strisciando. Nella foresta si udiva la voce delle pernici e risuonava il tambureggiare dei picchi. Gli scoiattoli chiacchieravano, gli uccelli cantavano e nel cielo gracchiavano le oche selvatiche risalendo dal Sud in cunei che fendevano l’aria. Il richiamo della foresta.

La scrittura è fluida, pulita, poco poetica anche, secondo me, e molto diretta. Una descrizione bucolica, come si conviene a un romanzo d’avventura.

Le descrizioni in Cormac McCarthy

Antichi muri di pietra sbiecati dalle intemperie, resti di fossili incastonati nelle strie, scarabei calcarei increspati sul fondo di questo scomparso mare interno. Esili alberi scuri oltre le cancellate laggiù dove i morti presidiano la loro piccola metropoli. Curiose architetture di marmo, stele e obelischi e croci e minuscole lapidi erose dalla pioggia dove con gli anni sbiadiscono i nomi. Terra satura di casse da morto di ogni tipo, ossa polverizzate e seta marcia, sudari macchiati di carogna. Là fuori sotto la luce azzurra del lampione i binari del tram corrono verso l’oscurità, curvi come speroni di gallo nel tramonto di princisbecco. Suttree.

Qui siamo di fronte a una scrittura magmatica, che dà al lettore un’immagine quasi apocalittica della città. McCarthy è spietato con l’ambiente e molto realista.

#4 – Narrare e non mostrare

L’eterno dilemma. I puristi della narrazione, quelli della crociata a favore dello show, don’t tell, si scandalizzano a leggere un narratore che narra, ma cosa deve fare un narratore se non narrare? Si può scrivere un intero romanzo soltanto mostrando al lettore tutto ciò che accade?

Provate per un attimo a considerare il cinema. In quanti film abbiamo visto scene narrate e non mostrate? L’allenamento del protagonista, il viaggio di un personaggio, ecc. Scene costruite senza dialoghi, con il semplice scorrere della pellicola e una musica in sottofondo. Questo si chiama narrare.

E si narra quando è necessario. Quando non possiamo portare il lettore per venti pagine mostrandogli qualcosa che può esser detto in mezza pagina.

#5 – Errori grammaticali

Avete letto bene. Uno scrittore deve commettere errori grammaticali. Deve farlo per dare maggior forza e credibilità alla storia. Quando? Sia nei dialoghi sia nella narrazione.

Gli errori grammaticali di Mark Twain

Dopo che abbiamo mangiato lei tira fuori il suo libro e mi impara Mosè e i papiri, e io smanio per sapere come va a finire finché lei mi leva tutto l’interesse perché mi dice che Mosè è morto da un sacco di tempo, e allora a me non me ne importa più un tubo di lui. Le avventure di Huckleberry Finn.

La storia è narrata da un ragazzo che non ha studiato, che vive per strada di espedienti. Come avrebbe dovuto parlare?

Avete mai sentito parlare i bambini nei film? Bambini di 4 o 5 anni che usano il congiuntivo meglio di voi? Sono credibili quelle storie o ridicole?

#6 – Ridondanze

Evitare le ripetizioni. Ma è vero? È sempre utile? In alcuni casi nella narrazione, per sottolineare un concetto, per dare più stile a una frase, si sente il bisogno di ripetere parole. Lo stesso discorso vale per i dialoghi: le persone parlano – devono parlare – con un linguaggio colloquiale e quando parliamo, nella realtà, siamo spesso e volentieri ridondanti.

#7 – Sospensione dell’incredulità

Comunque definita un patto fra autore e lettore: quest’ultimo si impegna a lasciare da parte ogni dubbio sulla credibilità e veridicità della storia per godersi la lettura. Ma ha davvero senso la sospensione dell’incredulità?

Quando leggo un romanzo o vedo un film so che si tratta di finzione, non ho bisogno di sospendere nulla. So che sto leggendo una storia e la prendo come tale, anzi è proprio il fatto che non sia reale a farmela apprezzare maggiormente.

Deve però essere credibile, anche se non veritiera. Deve esserci coerenza. Solidità. Realismo nei dialoghi e nelle azioni.

#8 – Ispirazione

Non esiste e l’ho ripetuto varie volte. Le storie non arrivano allo scrittore dal cielo come la manna, ma arrivano con l’osservazione, la curiosità, la lettura, l’esperienza. Lo scrittore è un ricercatore e un raccoglitore.

Raccoglie tutto ciò che un giorno potrà essergli utile per scrivere. Abbandonate l’idea dello scrittore che siede alla scrivania con la penna fra le labbra e lo sguardo perso nel vuoto. Quello scrittore ha solo seri problemi di connessione mentale.

#9 – Blocco dello scrittore

Ho letto spesso di autori che non riescono ad andare avanti con la loro storia, o perfino non riescono a crearne. Il blocco dello scrittore non esiste e ne parlerò in modo esaustivo in un post dedicato.

Il blocco è soltanto un atteggiamento mentale causato dalla mancanza di un metodo di lavoro utile e che porti risultati.

#10 – Romanticismo

Lo scrittore è ancora visto come un artista romantico, quello dei tempi dei salotti letterari e dei caffè. Io frequento invece i social media e bevo birra. Forse in fondo non cambia nulla, ma di romantico non ho proprio niente, non nel senso dell’accezione comune del termine.

Lo scrittore è solo uno che ha qualcosa da raccontare e sa come raccontarla, o almeno ci prova. È uno che ha scelto di creare un prodotto commerciale che non lo farà mai diventare ricco, a meno che Hollywood non inciampi nel suo romanzo, ma finché resta in italiano Hollywood non se ne farà nulla.

I vostri miti della scrittura

Avete qualche altro mito da aggiungere all’elenco?

32 Commenti

  1. Valentina Falcinelli
    16 settembre 2013 alle 10:08 Rispondi

    Questo articolo è sublime, Daniele. Grazie.

  2. Alessandro C.
    16 settembre 2013 alle 10:13 Rispondi

    Credo che, a prescindere dallo stile personale, sia quasi fisiologico che Cormac McCarthy usi più aggettivi di London. Nel fantasy devi creare un universo, verosimile ma di fatto inesistente.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2013 alle 10:55 Rispondi

      Sì, per McCarthy gli aggettivi sono proprio parte integrante della sua scrittura.
      Nel fantasy anche io credo che devi usare aggettivi e descrizioni per ricreare il tuo mondo, se è a questo che ti riferisci.

  3. Attilio Nania
    16 settembre 2013 alle 11:09 Rispondi

    Che dire, d’accordo su tutto. A parte sul fatto che, a un tratto, i miei personaggi cadono dalle scale.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2013 alle 11:19 Rispondi

      Vero, possono anche cadere a un tratto, non sempre improvvisamente :)

  4. Gioia
    16 settembre 2013 alle 11:17 Rispondi

    Non sono scrittrice, abbozzo storielle, ma penso che i tuoi consigli siano utili un po’ a tutti! In fin dei conti anche quando si scrive una email, sotto sotto si diventa “scrittori” :P

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2013 alle 11:20 Rispondi

      Grazie, Gioia :)
      Perché le abbozzi solo le storielle? Scrivile e pubblicale nel blog, no?

      • Gioia
        16 settembre 2013 alle 14:03 Rispondi

        Perché sono consapevole di non essere una scrittrice! ;)

    • Alessandro C.
      16 settembre 2013 alle 11:25 Rispondi

      …e lascia perdere la storia del caffè. Tra blogger abbiamo le braccine corte, fai prima a comprarti una moka.

      • Daniele Imperi
        16 settembre 2013 alle 11:34 Rispondi

        Non l’ho capita, questa… :)
        A cosa ti riferisci?

        • Alessandro C.
          17 settembre 2013 alle 16:17 Rispondi

          Daniele Imperi
          Non l’ho capita, questa…
          A cosa ti riferisci?

          al blog di Gioia :P

  5. Lucia Donati
    16 settembre 2013 alle 12:08 Rispondi

    Se il contesto lo richiede (e questo è un aspetto molto ampio da considerare e decide l’autore perché il contesto è suo) tutto o quasi si può fare. Come si vede dai tuoi eloquenti esempi, c’è chi utilizza poco gli aggettivi, e chi molto; chi utilizza avverbi a seconda dello stile e della necessità (che l’autore giudica conveniente per quel che sta scrivendo). Le descrizioni vanno fatte: hai portato due esempi di scrittura molto differenti tra loro, in cui si può notare proprio la differenza di contesto e di modo narrativo di due autori molto diversi. A me, come sai, non piace lo stile di McCarthy, proprio per questo ridondare che ritengo veramente eccessivo; a è un mio parere…
    Sono d’accordo con te quando dici “si narra quando è necessario” e si mostra quando è necessario. Basta con gli schemi e le forme mentali eccessivamente fissi; è necessaria una maggior libertà d’azione e di soluzioni per l’autore.
    In fondo, non stanno nascendo recentemente
    proprio generi o pseudogeneri meno “legati” agli schemi del passato?
    Gli errori grammaticali, come nel tuo esempio, sono voluti e necessari. Così come si può volere ripetere dei termini o scrivere in rima proprio per creare un effetto sorpresa, cacofonico o comunque d’effetto. Gli effetti voluti possono apparire errori, ma non lo sono: questo c’è chi lo capisce e chi no. Anche questo è stile. La storia non è mai reale, lo sappiamo; quanto irreale può essere dipende da chi la scrive, se vuol portare il lettore attraverso un mondo sfumato e magico; la storia stessa può sfumare ed essere meno evidente; tutto dipende dall’effetto e da dove si vuol portare un lettore.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2013 alle 13:13 Rispondi

      Sulle ripetizioni, dipende da come sono inserite, secondo me. Nel senso che credo si capisca se l’effetto è voluto o meno.

  6. MikiMoz
    16 settembre 2013 alle 14:15 Rispondi

    Bell’articolo, davvero!
    Credo che tu abbia detto tutto quello che c’era da dire sulla scrittura, prendendo due esempi spesso contrastanti…
    Per quanto riguarda gli errori nei dialoghi, sì, sono d’accordo con te.
    E infatti io preferisco sempre di gran lunga i telefilm dove si predilige il linguaggio normale, di strada, con imperfezioni varie ma “giuste”, piuttosto che le opere recitate manco fossimo a teatro.

    Moz-

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2013 alle 14:22 Rispondi

      Grazie, Miki :)

      Ora i film, rispetto a un tempo, stanno diventando più realistici, anche se bambini e criminali di strada parlano spesso ancora come professori universitari.

      • MikiMoz
        17 settembre 2013 alle 00:12 Rispondi

        Sì, in effetti non mi sono spiegato molto bene: mi riferivo in primis ai telefilm italiani -di cui abbiamo un audio “diretto”, senza doppiaggio- Io amavo molto Distretto di Polizia, perché era scritto in modo credibile, terra-terra. Errori grammaticali gravi o più banali (tipo “sì, gli ho detto di andare lì” riferito ad una donna), ma insomma, cose comunque di ogni giorno. Mancavano solo le bestemmie che pure son parte del nostro registro linguistico, però quelle sono tabù e quindi… :)

        Moz-

  7. franco zoccheddu
    16 settembre 2013 alle 15:22 Rispondi

    La mia impressione è che l’ispirazione esista, non parliamo poi del blocco dello scrittore. Hai già espresso questi dubbi in precedenza, e trovo comunque logiche le tue argomentazioni, pur non concordando. Credo che si tratti di una questione di terminologia: usiamo parole uguali per indicare fenomeni differenti, quindi apparentemente non siamo d’accordo. Un’argomentazione approfondita ci porterebbe secondo me a concordare.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2013 alle 19:18 Rispondi

      Franco, del blocco dello scrittore parlerò più avanti. Così poi vediamo se stiamo parlando della stessa cosa ;)

  8. franco zoccheddu
    16 settembre 2013 alle 18:59 Rispondi

    Per la miseria! Sono riuscito a metter su un discorso più contorto di un tornado…

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2013 alle 19:18 Rispondi

      A me è sembrato chiaro. Allora la mia mente è contorta :D

  9. Tenar
    16 settembre 2013 alle 20:18 Rispondi

    Bellissimo articolo! In scrittura tutte le regole sono frangibili, vanno conosciute e poi reinterpretate secondo la necessità.
    Mi è piaciuto molto l’ultimo a cui molti aspiranti scrittori credono fermamente. Quando frequentavo un collettivo di scrittura ero una mosca bianca perché andavo a letto presto e non bevevo né caffé né alcolici. Non sono mai riuscita a convincere alcuni che Baudelaire senza assenzio sarebbe stato forse un poeta anche migliore…

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2013 alle 07:33 Rispondi

      Vero, vanno conosciute bene per poi cambiarle in funzione del contesto.

      Anche io non vado a letto tardi e non prendo caffè :D
      Quello dipende dai propri ritmi/gusti/modi di vita. Con la scrittura non ha nulla a che vedere.

      • Tenar
        17 settembre 2013 alle 14:36 Rispondi

        Confessalo a un corso di scrittura e vedrai come vieni guardato…

  10. Giordana
    17 settembre 2013 alle 11:34 Rispondi

    Molte di quelle che riporti sono “regole” appartenenti alla fiction moderna. Seguendo questo decaloto si può riuscire a scrivere una storia con una forma almeno “decente” e migliorare il proprio stile. Ma, c’è sempre un “ma”, credo che il vero scrittore sia colui che riesce ad andare oltre le regole e a creare un testo ugualmente scorrevole e godibile, usando tutti gli aggettivi che ritiene utili.

    Sull’esempio di London, comunque, io avrei eliminato anche “terribile” (e messo in dubbio l’uso del sostantivo “ruggito”).

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2013 alle 13:58 Rispondi

      Non sapevo fosse regole della fiction moderna. Concordo sul vero scrittore.

  11. 150+ idee per scrivere post
    18 settembre 2013 alle 05:02 Rispondi

    […] Parla dei miti nella tua nicchia: ogni categoria ha i suoi miti, una sorta di leggende urbane da sfatare. Rifletti su quelle di tua competenza ed esponile ai lettori.  I 10 miti della scrittura. […]

  12. Ilaria
    18 settembre 2013 alle 10:10 Rispondi

    D’accordo su tutto, tranne che sugli errori grammaticali e sulle ridondanze…

    • Daniele Imperi
      18 settembre 2013 alle 10:23 Rispondi

      Ciao Ilaria, benvenuta nel blog.

      Come risolveresti il linguaggio di certi personaggi, come bambini, contadini, gente che non ha studiato e che nella realtà parla in modo sgrammaticato?

      • Ilaria
        18 settembre 2013 alle 11:32 Rispondi

        Grazie Daniele,
        nella nostra lingua è difficile in effetti.
        In inglese per esempio ho visto usare lo slang per ricreare il parlato di certe realtà sociali (non gli errori grammaticali però).
        Quanto alle ridondanze, sono un difetto della nostra lingua, io le evito sempre ;)

        • Daniele Imperi
          18 settembre 2013 alle 11:52 Rispondi

          Il gergo in effetti aiuta. Ma perché sei contraria agli errori grammaticali, se nella realtà vengono comunque commessi? Parlo dei dialoghi, ovviamente.

          • Ilaria
            19 settembre 2013 alle 12:14

            E’ più forte di me ;)

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